L’impatto dello Smart Working sulle Imprese Italiane

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Asset della continuità operativa, il lavoro agile ha permesso all’Italia in emergenza di portare avanti il business. Tra opportunità di crescita e nuovi rischi di sicurezza, lo smart working cambia la cultura del lavoro.

Smart working è senza dubbio una delle parole chiave del 2020. Le misure globali di distanziamento sociale, conseguenza diretta per il contenimento del Covid-19, hanno accelerato l’adozione di soluzioni di lavoro agile, per aziende più o meno preparate. Certo, il boom dello smart working ha anche portato alla luce alcune problematiche che nell’Italia del nuovo millennio sono finalmente divenute fondamentali: la solidità della rete internet, non poche volte in difficoltà per le troppe connessioni; la sicurezza delle reti; l’utilità delle VPN e dei software di collaboration; delle piattaforme in grado di minimizzare l’assenza di riunioni fisiche, a vantaggio della concretezza e dell’operatività. Istituzioni e aziende di tutto il mondo hanno tentato, e tentano ancora, di convalidare quelle buone pratiche che il settore IT professa da decenni, così da supportare il cambiamento con il minor rischio possibile.

Dario Vemagi, CEO e CTO di Smeup ICS – Gruppo Sme.UP –intervistato da Data Manager, ha risposto alle domande su Smart Working e Imprese.
Come lo smart working sta cambiando le skill richieste dalle aziende del settore IT?

Gli skill più impattati dal ricorso allo smart working sono i cosiddetti soft-skills. Le richieste sono di maggiori autonomia, consapevolezza, destrezza nella comunicazione e capacità organizzative. Gli operatori del settore IT devono gestire problematiche complesse in team distribuiti, aumentando la capacità di condividere le informazioni.

Quali trend sta facendo emergere l’adozione amplificata dello smart working?

Prevedo un maggior ricorso al cloud per lo sviluppo di nuove applicazioni e per la conversione delle esistenti. Il tema del multicloud è ormai una realtà; ha portato alla luce il cambio di paradigma legato a sicurezza, controllo dell’accesso ai dati, loro tracciabilità e protezione. Vedo tutto in continuità rispetto a quanto stava già avvenendo. Le sfide attuali non sono legate ad un mutamento ma ad una semplice accelerazione. Lo smartworking dimostra che non è possibile semplificare il processo di trasformazione da azienda tradizionale a digitale, non cambia le regole ma estremizza i concetti di sicurezza e controllo.  

Le imprese italiane sono davvero pronte per adottare tout-court lo switch del lavoro digitale?

Le imprese soffrono di un ritardo digitale, culturale ed organizzativo. L’impatto del COVID-19 è stato improvviso e non ha permesso di intraprendere in tempo azioni efficaci, si è corsi solo ai ripari. Ci sono determinazione e volontà di cambiamento, prerequisiti che permettono di affrontare la situazione. Gli strumenti ci sono, ma emergeranno le aziende con idee chiare, governance ordinate e capaci di cambiare il proprio modello di business. La trasformazione digitale quindi non sostituisce i requisiti illustrati prima ma è un acceleratore e amplificatore della bontà dell’azienda.


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